Toccateci tutto, ma non i simboli della (mia) generazione che ha inventato la Nostalgia

Secondo uno studio del Dipartimento Generazione che ha inventato la Nostalgia della Facoltà Anima Mia dell’Università del Mio Salotto, un minorenne che giochi a biliardino in spiaggia lo fa per compiacere un genitore che lo ricatti emotivamente («ecco, non vuoi fare mai niente assieme a tuo padre, ma quando sarò morto») o che in cambio gli abbia promesso soldi coi quali comprarsi nuove vite ai videogiochi.

La Generazione che ha inventato la Nostalgia è pronta a tutto per difendere le sue madeleine. Ieri, al falso (forse) allarme (allarmissimo) dei biliardini dismessi perché improvvisamente tassati, uno dei più miti di noi, Stefano Bartezzaghi, è ricorso su Repubblica alle minacce minacciose: «Lasciateci giocare a biliardino in pace. Se ce lo toglierete ne faremo argomento di letteratura e di sicuro sarà molto peggio».

La Generazione che ha inventato la Nostalgia è piena di illusioni, la più interessante delle quali è che tutto ciò che sta sparendo fosse lì da sempre. Il biliardino sulla spiaggia, il 45 giri nel mangiadischi, le cabine telefoniche, i poster in cameretta, i programmi televisivi imperdibili: tutto ciò su cui ci struggiamo come fosse fondamento della specie umana è esistito per poco più d’un paio di generazioni.

Mia nonna non ha mai chiamato un fidanzatino dal telefono a gettoni al mare, e sospetto che mio nonno non abbia mai giocato a biliardino sulla spiaggia. I miei genitori da piccoli non avevano la tv del pomeriggio, e il pop come lo conosciamo è cominciato quando avevano più o meno vent’anni: nelle cartolerie della loro infanzia non vendevano poster di Claudio Villa.

Né evidenziatori: l’altro giorno Alessandro Cattelan ha instagrammato la figlia davanti a schiere di pennarelli colorati di quelli che fanno sdilinquire i nostri coetanei (Cattelan è più giovane di me, ma non abbastanza), parlando d’intramontabile fascinazione. Ma i nostri genitori non compravano le gomme di Hello Kitty, e i nostri figli vanno in cartoleria per farci un piacere: ormai non sappiamo quasi più scrivere a matita o a penna noi, che l’abbiamo fatto in esclusiva per i primi decenni della nostra vita, figuriamoci loro, nati con un touchscreen in mano.

D’altra parte ogni generazione passa a quella successiva le tifoserie: conosco gente che per compiacere i genitori s’è interessata al calcio o al cinema francese, mi sembra giusto che le nuove generazioni non sbadiglino di fronte a dibattiti davvero importanti quali «ma a biliardino è consentito frullare?».

E ovvio che i giornali ieri dedicassero intere pagine al dramma dei biliardini tassati: la Generazione che ha inventato la Nostalgia, quella che al mare vuole giocare a biliardino (e nei momenti di maggior compiacimento lo chiama «calciobalilla») e che alla Fondazione Prada vuole mettere la monetina nel juke-box, quella lì (questa qui) è l’ultima generazione che compra i giornali, vorrei pure vedere che smettessero di parlare di noi.

Siamo anche gli ultimi che pagano le tasse (i nostri figli hanno tutta l’intenzione di farsi mantenere a vita), il che spiega il dolente comunicato stampa inviato ieri mattina: «L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli apprende con rammarico le false notizie apparse sugli organi di stampa nelle ultime ore sulla regolamentazione dei biliardini. ADM infatti è ben consapevole della rilevanza di questi giochi nella cultura e tradizione degli italiani» (traduzione dall’antilingua: siam mica matti che vi tagliamo le frullate, all’età alla quale i menischi vi hanno mollato e quello è l’ultimo calcio da spiaggia che vi resta, sarebbe quasi più impopolare che far pagare le concessioni balneari a stabilimenti che vi fanno pagare cinque euro un cornetto Algida ma voi li considerate benefattori perché non dovete portarvi l’ombrellone a spalla).

Prosegue il comunicato: «Nelle ultime ore, nessuna nuova regolamentazione è intervenuta per modificare la normativa di settore già esistente» (traduzione dall’antilingua: questa tassa c’era già, state diventando come i vostri figli per cui le cose esistono solo quando compaiono sul loro TikTok).

Ma soprattutto: «È utile ripercorrere, rapidamente, lo sviluppo della vicenda per chiarire i punti principali della materia rappresentando preliminarmente che gli uffici dell’Agenzia non hanno attivato – e al momento non intendono attivare – alcun intervento di controllo sul territorio» (traduzione dall’antilingua: la tassa c’è ma nessuno controlla che la paghiate, quindi potete continuare a non pagarla come avete fatto finora).

«Sotto l’aspetto tributario, tali apparecchi sono assoggettati, da oltre venti anni, all’imposta sugli intrattenimenti. Anche in questo caso, nulla è cambiato con la nuova regolamentazione ed è quindi oggettiva l’inesattezza delle informazioni riportate sui media» (traduzione dall’antilingua: sono vent’anni che lasciamo che non paghiate questa tassa, e ce ne vantiamo).

«Da ultimo, l’Agenzia sempre con l’intento di garantire lo svolgimento di questo importante intrattenimento, si è fatta promotrice di una nuova norma di semplificazione, che in questi giorni risulta essere in discussione in Parlamento. Verrebbero in tal senso eliminati, dagli obblighi certificativi posti dalle leggi oggi in vigore, proprio i biliardini» (traduzione dall’antilingua: facciamo pagare le tasse ai videogiochi, alle slot machine, a quelle diavolerie moderne, ma il calciobalilla dell’anima vostra non ve lo tocchiamo).

Il comunicato ha la data di martedì, ma l’hanno mandato solo ieri, e sappiamo tutti perché. Erano giustamente terrorizzati dalla minaccia che – come già facciamo con ogni Barbie, Cicciobello, telefilm, canzonetta, pennarello, Das, cinema di seconda visione, un due tre stella – ne facessimo scarsissima letteratura.

GIULIO ROMANI,   ALEJANDRO GARCIA ALVAREZ, IXE, LUGANO

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